Indignazione e Speranza

Mi chiamo Indignazione e vivo in questa città da quando sono nato. Credo che ogni essere su questo pianeta sia destinato a vivere in un determinato luogo, perché solo in quel preciso posto può svilupparsi. Come le piante anche gli esseri umani necessitano delle giuste condizioni ambientali per poter sopravvivere. Il mio posto naturale è questa città perché solo la sua terra riesce a nutrirmi. Per vivere infatti, io ho bisogno di cibarmi di ingiustizia, di arroganza, di corruzione e di altri cibi indigesti che qui, per posizione geografica o per fattori culturali, sembra crescano in abbondanza. Ho una sorella più piccola che si chiama Speranza anche lei come me è nata qui, ma diversamente da me in questa terra non ha trovato le condizioni necessarie per vivere anche se, per molto tempo, ci ha provato. E’ singolare, ma proprio mia sorella mi ha servito l’ultimo pasto. Forse il più amaro. Ricordo come fosse ieri la dirompente felicità di Speranza quando mi disse che l’avevano presa in prova in un piccola azienda cittadina. Disse che il Proprietario era giovane ed era una persone per bene. Con grande entusiasmo e umiltà, mia sorella iniziò quindi questa nuova avventura, convinta che finalmente la vita le stava offrendo l’occasione per crescere, per formarsi, per diventare adulta. Sapeva bene che durante il periodo di prova era fondamentale dimostrare il proprio impegno e per non deludere la riposta fiducia del Proprietario, Speranza non si risparmiò mai. Molte sere tornava a casa esausta, ma felice. Mi raccontava della sua giornata lavorativa e dei progressi che quotidianamente faceva. Un giorno sprizzante di gioia mi disse che aveva stipulato il suo primo contratto di vendita e che il collega con il quale divideva la postazione di lavoro si era congratulato con lei. La notte prima dell’ultimo giorno del periodo di prova Speranza non chiuse occhio trepidando nell’attesa di sapere se il suo impegno era stato apprezzato. Quando la mattina si presentò nella stanza del Proprietario fu accolta con un grande sorriso e una volta fatta accomodare lo sentì tessere le sue lodi: “Sono molto contento, mi stai dimostrando di essere la persona giusta per questo lavoro, sei puntuale e professionale. Ho notato i tuoi progressi. Brava!”. Nel sentire queste parola per Speranza fu come ricevere la più bella notizia che si potesse mai in tutti i tempi aspettare. Rimase qualche secondo a godersi quel momento in attesa che il Proprietario tirasse fuori da qualche cassetto il contratto da farle firmare. Ma i secondi diventarono minuti finché non si sentì dire con voce dimessa: “ Sai, per il contratto devi aspettare ancora un po’, il commercialista dell’azienda è partito per la settimana bianca e tornerà fra un mese”. Speranza ci rimase un po’ male, aspettava quel momento con ansia e adesso l’idea di dover attendere ancora un mese la rattristava in più, uscendo dalla stanza del Proprietario, non riusciva a smettere di pensare: “ Ma la settimana bianca non dovrebbe durare per definizione una settimana?”. Nonostante questo inconveniente Speranza si rigettò nel lavoro dedicandovi ancor più anima e corpo. I suoi progressi erano ormai evidenti, nei giorni successivi chiuse il doppio delle vendite del suo collega che continuava a complimentarsi con lei e sembrava per nulla infastidito della sua crescita professionale. Ormai il lavoro le era entrato in corpo come l’ossigeno e più il tempo passava più il suo livello di competenza aumentava. Sentiva sempre di più la responsabilità della crescita dell’azienda e si riconosceva, nonostante ancora il suo rapporto non fosse formalizzato, parte di un progetto. Un giorno passato il primo mese, il Proprietario la convocò nel suo ufficio. Speranza capì che il tanto atteso momento era finalmente arrivato. Quando arrivò il Proprietario la fece accomodare e poi con aria soddisfatta le disse: “Come sai è ormai da un mese che lavori per me ed io sono molto orgoglioso di te. Ti ho chiamato perché voglio farti un regalo”. Speranza pensò: “Eccolo, il mio primo contratto di lavoro” e sentì il suo cuore esultare dentro al petto. Il Proprietario tirò fuori dal cassetto una piccola busta bianca. Speranza rimase per qualche secondo spiazzata, pensava che i contratti fossero ancora stampati su fogli A4, ma poiché la nave della fiducia era ormai da tempo salpata, prese la busta e la aprì. Con stupore all’interno vi trovò dei soldi. Il Proprietario vedendola interdetta, con un sorriso sornione, le spiegò che quei soldi erano un rimborso spese per il suo impegno, perché anche se ancora non le aveva fatto il contratto, per lui era una dipendente e per questo andava pagata. Speranza che si aspettava questa volta di uscire da quella stanza con un contratto si limitò a stridere un grazie nei confronti del suo “datore di lavoro”, ma non riuscì questa volta a nascondere la delusione. Il Proprietario per nulla privo di empatia comprendendo la sua amarezza si affrettò a giustificare: “Sai per il contratto c’è stato uno spiacevole imprevisto, il commercialista mentre sciava è andato a finire contro un albero sbattendo violentemente la testa. Ha perso la memoria, i medici però sono ottimisti dicono che è momentaneo. Poveretto, che disgrazia!”. Speranza per non sembrare egoista ed insensibile si finse dispiaciuta per l’incidente pur riconoscendo che in quella storia c’era qualcosa di, per lo meno, bizzarro. Con il suo rimborso spese in tasca, Speranza tornò alla sua postazione. Il suo collega era assorto nella lettura di un giornale sportivo. Col tempo Speranza aveva notato che, mentre lei si affannava per accrescere la produttività dell’azienda, il suo collega “contrattualizzato” si impegnava ad occupare il tempo lavorativo con attività ludico – ricreative. Lei non sarebbe mai stata capace di comportarsi così, per lei il lavoro è un sacramento pari al matrimonio, merita fedeltà e cura. Per questo, nonostante la seconda delusione, cercò di ritrovare l’entusiasmo iniziale e si rimise all’opera. Le vendite andavano bene e l’azienda grazie a lei incrementava notevolmente i suoi guadagni. Un giorno il Proprietario la invitò ad affacciarsi dalla finestra per farle vedere soddisfatto il Suv che si era appena comprato. La cera del tempo intanto si consumava e ogni volta che finiva un mese Speranza riceveva dal suo capo una busta con dei soldi ed una scusa sempre più fantasiosa: “Ti stavo per stampare il contratto, ma è finito il toner e poiché questa stampate è un modello particolare, devo aspettare che inviino il toner dalla Cina”; “Sai, ieri purtroppo è venuta a mancare la mamma di mio padre, per me era come una nonna” ; “ Tu ci credi nell’oroscopo? Io si. Questa settimana mi consigliava di non firmare nulla perché altrimenti sarei caduto in sciagura.” Speranza ogni volta che chiudeva la porta del Proprietario alle sue spalle si sentiva sgonfiare come un pallone forato. Si sedeva alla scrivania lasciandoci cadere il suo cuore affranto. Poi guardava il suo collega che si era comprato una rete da tavolo e giocava a ping pong contro il muro e capiva che qualcosa non stava andando nella direzione giusta. Si arrese all’evidenza che l’attesa per il suo primo contratto sarebbe durata più del previsto e continuò a lavorare per un altro tempo indefinito nutrendo sempre la speranza che le venissero riconosciuti i suoi diritti. Una mattina però quando arrivò a lavoro vide seduta nella sua postazione una ragazza. Le si avvicinò insospettita e quando fu a pochi passi le chiese che ci facesse seduta al suo posto. La ragazza un po’ intimorita le rispose che si chiamava Lanuova e che le avevano detto di sedersi lì. Speranza che sentì crescere una rabbia che non aveva mai provato prima si diresse a passi svelti verso la stanza del Proprietario e senza bussare entrò pretendendo spiegazioni. Quando arrivò il suo capo si fingeva intento a leggere dei documenti e senza nemmeno alzare lo sguardo le disse d’un fiato: “E’ da un po’ che ti osservo, il tuo rendimento ultimamente è calato e sembra che tu non abbia più le giuste motivazioni. Sai l’azienda ha bisogno di gente che creda nel progetto, siamo come una famiglia e se ognuno non svolge il suo compito si rischia di mandare a monte tutti gli sforzi fatti finora. Per questo ritengo che non sia il caso di farti il contratto, anzi ti suggerisco di trovarti un altro lavoro, magari diverso, più stimolante! Sei in gamba sono convinto che troverai qualcosa più adatto alle tue competenze” . Speranza si sentì morire, e forse morì davvero. Non riuscì a dire nulla, nonostante nella sua testa numerosi insulti si affollassero come i broker in una calda giornata di borsa a Wall Street. Uscì da quella stanza sbattendo la porta, si diresse verso la sua scrivania prese le sue cose, diede la buona fortuna a Lanuova e salutò il suo vecchio collega che era intento a giocare alla playstation. Una volta in strada diede un’occhiata al Suv del suo capo e per un istante fu tentata ad uscire la chiave della sua utilitaria e tracciare una bella linea sulla fiancata cromata. Ma lei non era capace di abbassarsi a tanto. Quando arrivò a casa pianse e poi si disse che non ne valeva la pena, ma poi pianse nuovamente. Un giorno con il volto affranto di chi ha conosciuto un’amara sconfitta mi informò che aveva deciso di partire, di andare a trovare lavoro in un’altra città. Disse che sarebbe andata a stare dalla sua migliore amica Giustizia che molto prima di lei aveva compreso che qui non sarebbe riuscita a vivere. Io l’accompagnai alla stazione, la vidi salire sul treno e augurandole buona fortuna la vidi scomparire oltre le rotaie. Da quel giorno, senza la mia amata sorella Speranza, maledico questa terra che mi nutre. Questo posto in cui a rimanere sono solo i peggiori.

Indignazione

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