L’Italia tra Renzi, le riforme e … l’Europa

Renzi e l’Europa. Potrebbe essere il titolo di un film e, probabilmente, in un certo senso lo è. Sicuramente rappresenta la “cornice” in bianco e nero che avvolge e condiziona pesantemente la politica nazionale, dalle grandi riforme sino ai cambiamenti più piccoli. Matteo Renzi è consapevole di questo condizionamento, come del resto l’intero popolo italiano, ed alterna momenti distensivi a momenti di scontro, all’interno di uno spazio politico ed istituzionale che, in realtà, offre ben pochi margini di autonomia e di decisione. L’Europa pretende, e purtroppo ci riesce benissimo, di indirizzare l’assetto istituzionale, economico e sociale degli stati, anche e soprattutto quando questi ultimi, a prescindere dal motivo e dalle circostanze di fatto, si manifestano cauti e ritardatari. Ma, ormai è noto a tutti, non tutto quello che proviene dall’Europa è accettabile. Anzi, verrebbe da dire, che ben poco di quello che propongono le istituzioni europee oggi sembra andare nella direzione del soddisfacimento delle esigenze dei popoli europei. L’Ue è come un grande “mostro”, giuridico e sociale, che per restare in piedi e legittimare se stesso, le proprie regole e i propri discutibili equilibri, travolge tutto ciò che si presenta davanti alla sua strada. L’Italia è (ancora) in recessione, l’Ue, i mercati, gli esperti, nonché le istituzioni internazionali che si occupano di economia non sono soddisfatti. Quello che è stato fatto sino ad oggi dall’attuale Governo non è sufficiente, le riforme – ben poche, a dire il vero, rispetto alla famosa promessa dei cento giorni per cambiare l’Italia – sono ancora ben lontane dal determinare la “svolta buona” del Segretario del Pd. Ed ecco quindi che qualcuno – senza fare nomi, Draghi – ritiene che l’Europa debba sostituirsi agli Stati nazionali per “imporre” il cambiamento. Il problema, però, se lo ricordi Draghi, è che l’assetto Europeo oltre a non essere affatto solido si sta rivelando un autentico fallimento. Renzi non ci sta e allora, a dispetto delle sue reali intenzioni, di tanto in tanto ama dare di sé l’immagine di uomo indipendente e sempre pronto, nel rispetto delle istituzioni europee, a rivendicare l’autonomia della politica italiana. Intervistato da “La Stampa” ha dichiarato che” la frase di Draghi è: se non fa le riforme, l’Italia non è attrattiva per investimenti esteri. Bene: questa è la linea anche mia e di Padoan. Siamo d’accordo, nessun problema. Ma se qualcuno vuole interpretarla e far intendere che l’Europa deve intervenire e dire all’Italia quel che deve fare, allora no, non ci siamo. Oggi non è l’Europa che deve dire a noi cosa fare. Il PD ha vinto le elezioni – ha proseguito – è il partito che ha preso più voti in Europa, io e il governo siamo usciti più forti dal test di maggio e non abbiamo bisogno di spinte da Bruxelles: minimamente. Sono gli Stati a dover indicare alla Commissione via e ricette per venir fuori dalle secche”. Il che potrebbe anche piacere a qualcuno ma, nella pratica e a conti fatti, a parte qualche piccolo squillo di tromba, in questi ultimi tre anni abbiamo imparato a capire che la sovranità del nostro Paese sta attraversando una fase di controversa transizione. Più che cessioni di sovranità, siamo di fronte ad una vera e propria sospensione di sovranità. Se a ciò si aggiungono le continue crisi politiche ed istituzionali – tra un Pd in continua lotta interna, una maggioranza sempre traballante, il Governo che necessità sempre di un’uscita di emergenza, il centro destra deteriorato ed incapace di ritrovare unità, l’insistente rischio delle elezioni – il quadro che ne viene fuori non è certamente esaltante. Il premier aggiunge che “l’umore è a mille, e non solo per la riforma varata a Palazzo Madama ma per l’intera cornice dell’azione di governo”. Ci dica come fa perché se il suo umore è a mille, a mille è anche la crisi economia italiana. Una crisi a cui non si accompagnano segnali di ripresa incoraggianti. Anzi, gli unici segnali positivi, come  ilMetropolitano.it ha già avuto modo di specificare sono presenti solo per l’economia straniera, cinese soprattutto.

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About the Author: Luigi Iacopino