Multinazionali italiane all’estero, in aumento

Come abbiamo avuto già modo di scrivere, “in Italia nel 2013, il numero di imprese controllate da multinazionali straniere si è attestato a quota 13.165, facendo segnare una diminuzione di 163 unità rispetto al 2012”. Ma a quanto ammonta, invece, il numero delle multinazionali italiane all’estero? A fornite una risposta all’interrogativo ci pensa ancora una volta l’Istat, secondo cui, sempre con riferimento al 2013, le multinazionali italiane all’estero sono in “espansione” e hanno raggiunto il traguardo delle 22.004 imprese controllate, in aumento di 174 unità rispetto al 2012. Gli addetti impiegati sono complessivamente 1,8 milioni – a fronte di 1,2 milioni di lavoratori di imprese controllate da multinazionali straniere in Italia sempre nel 2013 – in 160 paesi.

Il fatturato si attesta a quota “542 miliardi di euro (455 miliardi se si escludono le imprese finanziarie)”. Il sistema produttivo italiano sta attraversando, quindi, una fase di “crescente internazionalizzazione”, confermata “dai nuovi investimenti all’estero” – compresi quelli programmati “per il biennio 2014-2015 (+7 punti percentuali rispetto al biennio precedente)” – i quali sono focalizzati nelle attività core, produzione all’estero di beni e servizi.

Dall’indagine condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica emerge, inoltre, che “i settori che mostrano la maggiore crescita tra il 2012 e il 2013 sono la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e di orologi, la fabbricazione di prodotti chimici e farmaceutici”. Le attività industriali (con oltre 130 mila addetti) e il settore dei servizi (con oltre 111 mila) sono localizzati principalmente negli Stati Uniti, mentre “Romania, Cina e Sri Lanka sono le localizzazioni privilegiate per i settori tradizionali del Made in Italy”. Proprio in quest’ultimo settore, per quanto riguarda le quote di “fatturato esportato verso l’Italia dalle controllate italiane all’estero”, queste rappresentano il “45,2% per le industrie tessili e confezione di articoli di abbigliamento” e il “40,3% per la fabbricazione di articoli in pelle”.

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About the Author: Luigi Iacopino