Reggio Calabria, mostra personale di Taciana Coimbra presso la Galleria dell’Accademia di Belle Arti

Mi trovo a guardare i pannelli quadrati, crudi, in fibra verde-mielata con incastonate, come piccole miniature ancestrali, reperti aguzzi disegnati ad inchiostro con figure inerti di insetti; affermazioni poetiche di titoli premonitori: “Ape sullo scrittoio”, “Aedes aegypti sopra paralume”, “Formica di fuoco appesa a un lampadario”, “Libellula in un contenitore da letto”, “Cavalletta dentro l’armadio”.

E non posso togliermi dalla mente due frasi di due artiste diverse. La prima di Emily Dickinson che la scrisse a un amico nel 1876, quando la natura era divenuta il suo unico punto di riferimento e insieme minaccia: “La natura è una casa abitata da spettri – ma l’Arte – una casa che cerca di essere abitata da spettri”.

L’altra frase, più concreta e condivisibile è dell’Artista di cui sto ammirando le opere e la sottintesa laboriosità creativa e intellettuale, Taciana Coimbra: “Gli esseri umani pensano di essere liberi, con un concetto di autonomia, di libertà, che non viene mai raggiunto”.

In effetti, ritrovarsi a guardare da vicino la “repulsione” che ci ispirerebbe, in altra occasione, la vista di questi corpi raffigurati con linee nere, precise, nette, ci riconduce nei meandri cupi del nostro essere, ci spinge a respirare più affannosamente; consci della gravità delle nostre colpe verso la natura e verso noi stessi.

Nemmeno in noi stessi troviamo rassicurazioni, quando ci lancia i suoi messaggi di morte, creati appositamente su materiali poveri, per renderli innocenti, più facilmente fruibili attraverso la finzione della ricercata ed elegante semplicità di linee e colore monocromo.

Come una ricerca incessante, l’inseguimento della “natura” umana attraverso le sue manchevolezze per riconoscerne il “fine”, scoprirne freddamente il “centro”. “Freddamente”, si, perché così ci appaiono i passeri annichiliti nel loro oblio di morte; passeri che al contrario, per l’Artista, assumono nella realtà l’emblema assoluto della libertà.

Raffigurazioni mistiche che utilizzando l’austerità dell’inchiostro, la semplicità del “segno”, la povertà calda e grezza del legno, di cui non si può che accettarne la lucidità della scelta e la stravagante originalità nel rappresentarla.

Non si può non perdersi nel seguire le linee minimaliste delle sagome umane delineate su tela grezza, a ricongiungersi, come pezzi dello stesso mosaico, a una balena sfumata di azzurro; contrapposte a sagome piene, scure come a fare da contrafforte ad un’imperiosa certezza che fu, anche, di Emily Dickinson: “La natura non bussa mai prima di entrare, eppure non è mai un’intrusa”.

Infatti, non aspettiamoci morte e denuncia in seriosa ottusità; il nero delle sagome annichilite come zanzare preistoriche dentro ciottoli di ambra, non ci respingono in angoli sterili ma ci conducono, cedendo la via, alla meraviglia dipinta dei gruccioni, che sembrano riempire l’aria con i loro schiamazzi di vita; e sembrano gridare ai quattro venti ciò che l’artista stessa, così prolifica, esuberante e generosa nella sua creatività, così come nella sua quotidianità sembra declamare attraverso i versi della Dickinson:  “Dio dei ceppi Dio dei liberi – Non mi sottrarre La mia libertà”.

Non facciamoci ingannare da quest’ultimo, improvviso entusiasmo di colori e vividezza. Dietro l’angolo è pronta una denuncia più incisiva, un’attenzione ai mali del nostro tempo più precisa e trasgressiva.

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