Sulle tracce della Cultura 3.0

Come cambia il ruolo dell’intellettuale in un ambiente culturale in rapida evoluzione? È ormai da qualche tempo che mi frulla in testa questa domanda cui cerco di darmi una risposta come fossi nella nota trasmissione di quel famoso giornalista notturno che tanto interesse suscita in me da quando parla di cultura. Quest’articolo è scritto nell’intento di condividere qualche riflessione nata anche da mie esperienze personali. Il senso dell’intellettuale è ormai cambiato in un ambiente nel quale le istituzioni culturali sono assediate e spiazzate dalle nuove forme della dinamica del sapere, per di più accelerate e ridefinite dalla rete. Il dizionario Treccani è forse il mio punto di partenza per definire quello che non è più l’intellettuale, “Riferito a persone, colte, amanti degli studi e del sapere, che hanno il gusto del bello e dell’arte, o che si dedicano attivamente alla produzione letteraria e artistica”. Questa idea “umanistica” è secondo me, oggi notevolmente superata da quella che mi piace chiamare “terza cultura”, o meglio “cultura 3.0”, dalla quale siamo pervasi e nella quale la dinamica del sapere e della ricerca è generata da un insieme di percorsi che vanno dall’arte alla scienza, fino a giungere alla più pratica vita quotidiana e alla tecnologia che non fa’ che accelerarla. Quindi ritornando alla definizione che ne dà la Treccani, questa è tristemente estrapolata come se si vivesse all’epoca del mecenatismo o dell’aristocrazia, il che è chiaramente più che superata dagli eventi. Poi c’è da riflettere sul gusto del “bello” che si mescola oggi con la necessità di partecipare alla costruzione del “giusto”, di favorire l’emergere del “vero”, di liberare in se stessi e negli altri la creatività, e così via. Ma qualcosa di questa definizione credo che ancora eroicamente rimane, e cioè che l’intellettuale è ancora uno spirito indipendente, altrimenti non riuscirebbe a portare il suo senso critico nella lettura della realtà. In quest’epoca della conoscenza occorre secondo me che gli intellettuali siano consapevoli della loro “missione” costitutiva critica, essendo disponibili al conflitto e alla gestione delle conseguenze della loro indipendenza culturale. Ormai non bastano le difese erette dalle istituzioni culturali a soddisfare la quantità crescente d’ intellettuali della quale c’è sempre più bisogno in quest’epoca detta della conoscenza. Il metodo di lavoro dell’intellettuale, aperto, criticamente indipendente, capace di teorizzazione, oggi più che mai ha bisogno di verifiche, sperimentazione, è per me tutto ciò, rappresenta il suo naturale baluardo per una più libera indipendenza, dove così espresso, diventare un muro che lo separa dagli altri in un insieme di condivisione e di percorsi non necessariamente definiti da linee disciplinari. Creare perciò piattaforme culturali per la sua comunicazione, costituisce il modo attraverso il quale il metodo della ricerca intellettuale può continuare a diffondersi cercando sempre più consenso. La difesa dell’indipendenza di giudizio dell’intellettuale sta secondo me, tutto nel suo coraggio di esprimere creatività, nel generare idee e nel momento in cui cambia statuto e comincia a fare gesti politici, può essere costretto a diventare un politico a sua volta. Fino a che non lo è, i politici non hanno a cuore i gesti politici degli intellettuali, perché non li vedono come concorrenti. Se vogliono fare politica, gli intellettuali possono diventare politici e a quel punto gli altri politici ne terranno conto, ma ripeto, fino a che restano intellettuali dicono quello che pensano. I politici che chiamano gli intellettuali a fare gli esperti non sono obbligati ad ascoltarli. Gli intellettuali che non sono ascoltati dai politici che li hanno chiamati come esperti sono inutili e possono restare o andarsene nell’indifferenza generale. Quindi per terminare, l’intellettuale deve ancora oggi, con più forza e fermezza andare “annusandole” quelle ormai perse tracce di una cultura che si è tristemente smarrita, tornando a dire cose semplici in un mondo ormai difficile, ritornando alle origini quando era considerato un “artista” nel dire cose difficili nel suo modo di propagarle rendendole semplici e perciò alla portata di tutti quelli che come ne soffrono quest’assenza.

Gattuso Maurizio Domenico

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